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BIODIVERSI DALLE ORIGINI

Essere slow per ripartire dalla biodiversità 3/4/2012

 

di Gabriele Locatelli (*)


Parlare di tutela della biodiversità diventa sempre più difficile, specialmente quando la tutela stessa si astrae dalle realtà in cui siamo abituati a vivere e ad applicare le nostre idee nella corretta gestione di un territorio come quello di un’area protetta, o semplicemente di un territorio montano. I notevoli risultati ottenuti attraverso le leggi, nazionali e regionali, di istituzione di aree protette e o di “zone di protezione” sono evidenti a tutti, basta verificare la crescita del tasso di naturalità che scientificamente riscontriamo nelle diverse ricerche realizzate, specie a rischio di estinzione che consolidano la loro presenza e altre, in precedenza non censite, che vengono nuovamente rilevate. Un proficuo percorso di tutela che per diversi anni ha permesso ai nostri territori di essere scoperti e valorizzati. Quello che però pensiamo valga la pena fare sia di concentrarsi su un concetto ancora diverso di biodiversità.

L’uomo e la biodiversità

Spesso il termine biodiversità si limita alla semplice concezione di tutela di un complesso interagente di fattori e attori che determinano l’essenza del mondo in cui viviamo. Ma, paradossalmente, essendo l’uomo colui che deve tutelare un sistema complesso, e conoscendo bene la propria indole liberista difficilmente riconducibile a una coscienza “conservatrice”, ha portato, spesso, ad una sua esclusione dallo studio stesso, concentrando l’attenzione sui singoli elementi necessari di conservazione immediata e facilmente riconducibile alla tutela di un ambiente (lupo, orso, gatto selvatico, lince, ecc.) dimenticandosi di quell’animale, spesso invasivo, che è proprio l’uomo. L’ottica da sempre proposta da Slow Food parte da una concezione più vera, maggiormente aderente alla realtà nella quale siamo abituati a vivere, con l’uomo elemento di studio in quanto componente attiva di una biodiversità territoriale che, senza la sua presenza, sarebbe sicuramente falsata, in particolare se parliamo dibiodiversità agricola, componente storica del paesaggio e della cultura del nostro paese. E’ con questa premessa che dobbiamo affrontare il tema biodiversità; con la consapevolezza che l’uomo è parte attiva di un ecosistema complesso che in un parco, in un territorio montano, trova la sua naturale collocazione di studio, specialmente in realtà come quelle europee, dove l’antropizzazione del territorio è elemento presente, sia nei suoi aspetti negativi, come la selvaggia deforestazione spinta dalla fame, ma anche in aspetti positivi derivati da una forzata coabitazione fra uomo e natura che ha permesso di porre in evidenza tradizioni, sistemi di coltivazione e trasformazioni di prodotti agricoli tipici del territorio che, nel tempo, hanno trovato un perfetto equilibrio con l’ambiente in cui avvengono questi processi.

Una considerazione questa che porta a vedere la storia dell’agricoltura quale base di un sistema produttivo sostenibile e replicabile.

 

Agricoltura può fare rima con biodiversità

Il territorio collinare e montano dell’Appennino Emiliano Romagnolo, prendendo in esame i dati Istat degli ultimi due censimenti accusa una perdita di aziende agricole che oscilla fra il 30 e il 50%. Sono in parte aziende che si accorpano, ma anche e soprattutto aziende che chiudono, e quindi territori che vengono abbandonati, culture e tradizioni che si perdono. L’esperienza di tutela della biodiversità agricola che si deve promuovere attraverso le aree protette e, specialmente, nei territori montani, si concentra su due importanti punti di vista; il riappropriarsi di una identità imprenditoriale da parte degli agricoltori, concentrando ogni sforzo nel mantenimento in azienda del valore aggiunto derivato dalla trasformazione e commercializzazione del prodotto, e il sostegno delle aziende al mantenimento del proprio patrimonio aziendale comprensivo di quelle attività agricole tradizionali non più sostenibili in una economia di mercato fallimentare come quella attuale.

L’esperienza dei Presìdi Slow Food

Relativamente al settore zootecnico gli sforzi vanno concentrati sul mantenimento della zootecnia estensiva. Questa tradizionale forma di allevamento bovino, che nel territorio forlivese si esprime principalmente attraverso la razza Bovina Romagnola, che prevede l’utilizzo dei pascoli per almeno sei mesi all’anno e il ricovero in azienda per il restante periodo, combinano la corretta gestione del territorio attraverso il controllo dei carichi sui pascoli, alla produzione di carni di assoluto pregio che proprio per la loro particolare regolamentazione produttiva, e per le elevate qualità organolettiche e sensoriali espresse mirano a spuntare prezzi maggiormente competitivi sul mercato locale e nazionale. Stessa cosa vale per gli altri prodotti aziendale (raviggiolo, carne di mora romagnola, pera cocomerina, razza Bianca Reggiana…) un complesso di prodotti che Slow Food, attraverso una sua grande e storica intuizione, ha tutelato e comunicato attraverso il progetto dei Presidi.

L’esempio della Bovina Romagnola

Gli enti locali hanno svolto, e devono continuare a svolgere, un grande lavoro di sensibilizzazione sulle imprese agricole che, partendo dalla Romagnola, ha portato alla costituzione di un Consorzio di produttori che si sono dati quale obiettivo quello di iniziare a trasformare le proprie aziende da puro ristallo (allevamento di vitelli fino a sei mesi di età per poi venderli a terzi esterni al territorio d’origine che provvedono all’ingrasso e alla commercializzazione) a ciclo chiuso dove, l’allevatore, provvede a far si che parte della propria mandria compia l’intero ciclo produttivo sul territorio d’origine fino ad una commercializzazione diretta del prodotto finito. Questo processo riorganizzativo ha inoltre portato a concentrare gli sforzi degli Enti locali a scommettere sul mantenimento dei macelli pubblici a capacità limitata attraverso un loro ammodernamento al fine di rispondere ai recenti aggiornamenti legislativi, investimenti impossibili da sostenere dal singolo allevatore, fino a dotare gli stessi di strutture collettive idonee alla trasformazione della materia prima ottenuta.Presidio


Il nostro nuovo progetto: “Un parco di gusto”

Attraverso la riscoperta di questi percorsi di valorizzazione delle micro produzioni locali, dobbiamo riscoprire il significato etico che hanno e hanno avuto i Presidi determinando un loro rilancio un rilancio che va però mantenuto se ancora crediamo in un mondo diverso, in grado di sostenere quelle produzioni “Buone, Pulite e Giuste” che Carlin Petrini ci ha abituato ad amare.

Questo è “Un parco di gusto” il nuovo progetto che Slow Food vuole promuovere in collaborazione con Legambiente e il Parco nazionale delle Foreste Casentinesi Monte Falterona, ideatore e sponsor. Un progetto che attraverso la carne di Bovina Romagnola vuole promuovere tutti i prodotti tradizionali del Parco e del suo territorio al fine di ripartire dalla terra mantenendola viva di biodiversità.

 

 

*(membro della Segreteria regionale Slow Food Emilia Romagna)

Per conoscere il Parco: http://www.parcoforestecasentinesi.it/

 

 

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